Un’idea interessante

L’età dell’insorgenza del diabete si sta abbassando e ormai i giovani tra i 20 e i 30 anni sono una categoria a rischio. Tanto che, negli ultimi 10 anni, la percentuale di nuovi casi in questa fascia di età è cresciuta del 50% con 150.000 casi. E’ quanto emerso da uno studio della SID che ha individuato negli stili di vita la causa di questa vera e propria emergenza.

L’attività fisica è certamente, come più volte sottolineato, fondamentale per abbassare i valori della glicemia: al punto che proprio dal presidente SID, Francesco Purrello, parte una proposta interessante.

“E’ vero che stiamo vivendo una nuova epoca di sviluppo di farmaci innovativi, ma è inutile se non investiamo maggiormente per migliorare gli stili di vita. L’attività fisica è fondamentale ma non è supportata perché il suo costo è interamente a carico delle famiglie. Andrebbe invece considerata alla pari di un farmaco e dovrebbe essere detraibile dalle tasse almeno per i pazienti diabetici o a rischio. Previene infatti il diabete ma è anche curativa perché, riducendo la glicemia, rende necessari meno farmaci.

Alla fine dunque il sistema sanitario otterrebbe un grande risparmio”.

Ci sembra una proposta interessante da portare subito all’attenzione dei decisori pubblici

Ha due anni e il diabete: l’asilo lo rifiuta

E’ accaduto vicino a Reggio Emilia, una delle province più civili e vivibili d’Italia. Un bambino di due anni non è stato accettato dall’asilo pubblico del suo paesino perché diabetico. A nulla sono valse le azioni dei genitori che hanno dotato il bambino di un microinfusore e organizzato, in collaborazione con le strutture sanitarie locali, un corso per il personale scolastico.

Le maestre hanno partecipato al corso, hanno anche ritirato un attestato di partecipazione, ma non hanno accettato di accogliere il bambino nella struttura appellandosi ad una legge che non obbliga il personale scolastico a doversi occupare di un bambino con diabete,

Così , ogni mattina, il papà deve percorrere circa sette chilometri di strada di montagna per portare il bambino in un asilo privato.E’ l’ennesima dimostrazione che nel mondo della scuola è necessaria un’azione forte per impostare in via definitiva procedure legali che evitino discriminazioni sulle spalle dei bambini.

Un delfino per i bambini

“C’era una volta, adagiato nelle acque cristalline dell’oceano Pacifico, un piccolo arcipelago…” Inizia così, come una normalissima fiaba, ‘Il grande salto – Storia di un delfino che ha spiccato il volo’. Eppure qui siamo di fronte ad una favola speciale: racconta infatti le avventure del piccolo delfino Denny che, nonostante un difetto congenito alla pinna caudale, riuscirà con volontà e determinazione a fare ‘il grande salto’ tra le onde dell’Oceano. Monica Priore, autrice della favola, porterà il suo libro in dono ai bambini che incontrerà nei reparti di pediatria di diversi ospedali in Italia – dalla Lombardia al Piemonte, dal Lazio alla Puglia – nel tour di sedici tappe ‘FaVoliamo con Denny’. L’iniziativa, sostenuta da Fondazione Roche e dall’Associazione giovani diabetici ‘Delfini Messapici’, che vuole portare in 16 reparti di pediatria distribuiti in tutta Italia, la storia di Denny, un incontro speciale con i bambini, un momento di gioco e racconto animato dai sogni e dalle speranze dei piccoli pazienti. Ma è, soprattutto, un’occasione per sensibilizzare sulla necessità di trovare in sé le risorse per realizzarsi pienamente, nonostante le difficoltà e lo sconforto che una condizione di cronicità può comportare. “L’iniziativa rappresenta un modo concreto per essere vicino a tutti quei bambini che si trovano a dover affrontare così giovani una diagnosi difficile e ad aiutarli, insieme ai loro genitori,a superare l’impatto devastante che questa può portare con sé – commenta Francesco Frattini, segretario generale Fondazione Roche – Una campagna, ne siamo convinti, che li aiuterà ad accettare la malattia in modo diverso”.

 

 

Il successo dello screening

Oltre 4 mila casi di diabete non diagnosticato e quasi 19 mila casi di prediabete: sono questi i risultati più interessanti emersi dai dati raccolti durante la campagna DiaDay, il primo screening nazionale del diabete, eseguito gratuitamente in oltre 5.600 farmacie distribuite in tutto il territorio nazionale dal 14 al 24 novembre. “Sono molto soddisfatto dei risultati ottenuti: nell’arco di soli 11 giorni sono state monitorate oltre 160mila persone. Proprio grazie a questo screening oltre 4mila persone potranno cominciare a tenere sotto controllo il diabete”, afferma il presidente di Federfarma, Marco Cossolo. “Importante anche il dato relativo ai soggetti che hanno scoperto di trovarsi nella condizione di prediabete: queste persone possono evitare che la patologia si sviluppi semplicemente cambiando stile di vita e abitudini alimentari. I risultati del DiaDay non toccano solo la sfera della salute individuale, perché evitare che il soggetto prediabetico diventi diabetico o che chi è diabetico sviluppi complicanze, fa risparmiare il Servizio sanitario nazionale, riducendo il numero dei ricoveri, delle analisi, dei farmaci”.

“I dati confermano quanto già stimato in altri studi di popolazione, ovvero che in Italia vi sono circa 1,5 milioni di persone con malattia conclamata che ignorano di avere il diabete” afferma Giorgio Sesti, presidente Sid.”Infatti, il diabete tipo 2 può restare per anni non diagnosticato e questo ritardo può causare danni gravi a livello del sistema cardiovascolare, dei reni e degli occhi. I dati dello screening confermano anche che un numero molto elevato di adulti, pari a 7,5 milioni di persone, ha una condizione di rischio di malattia ovvero quello stato comunemente definito di prediabete. È importante in questi casi misurare la glicemia ogni 6-12 mesi e se si è in sovrappeso cercare di ridurre il proprio peso corporeo attraverso un cambiamento di stile di vita basato su una dieta equilibrata e su un incremento dell’attività fisica”.

 

Denuncia della Fand: un emendamento senza logica

È di questi giorni la notizia che è stato proposto e preliminarmente approvato un emendamento alla Legge di Stabilità in discussione al Parlamento che concede alle persone con diabete di poter detrarre dalle imposte le spese per “alimenti speciali” per il diabete.

Vale la pena ricordare che le persone con diabete non hanno bisogno di nessun “alimento speciale” e che questo emendamento è privo di ogni contenuto scientifico. E’ infatti scientificamente provato che per la cura del diabete non esistono “alimenti speciali”. Qualcuno li produce, qualcuno li vende, qualcuno li compra, ma non c’è alcuna evidenza dei loro benefici. Concedere agevolazioni fiscali a chi consuma questi “alimenti speciali” è contrario alla scienza e alla logica clinica. La proposta di inserire questa possibilità nella Legge di Stabilità  è anche economicamente improvvida, sia per il cittadino che per lo stato. Il cittadino che decidesse di usare sempre “alimenti speciali” per il diabete, pur godendo della detrazione del 19%, spenderebbe ogni anno di più (da un minimo di 100 euro ad un massimo di quasi 1000 euro). Gli “alimenti speciali” costano 2-3 volte di più di quelli “normali”. Lo stato potrebbe subire un ridotto gettito fiscale di molti milioni di euro all’anno. Se tutte le persone con diabete  operassero detrazioni per 50 euro all’anno (basterebbe che comprassero pasta e biscotti “per diabetici” al posto di quelli “normali”) il mancato gettito sarebbe di 200 milioni all’anno. Una somma che, se messa disposizione della cura del diabete, potrebbe tradursi in grandi benefici. “Non ci interessa questa assurda detrazione – afferma il presidente di FAND Albino Bottazzo – ma ci interessa che sia applicata la Legge 115 del 1987, di cui ricorre il trentennale. Ci interessa che tutte le persone con diabete ricevano le cure specialistiche e che quindi siano rafforzati e non smantellati i centri di diabetologia, che ci sia immediato accesso alle nuove opportunità di diagnosi, monitoraggio e cura, che siano rese esenti da ticket tutte le prestazioni essenziali, che siano messe a disposizione le calzature per prevenire e curare il piede diabetico”

Lavorare con il diabete

Lavorare con il diabete è normale e assolutamente possibile. Sappiamo infatti che la malattia diabetica, di per sé, non costituisce motivo di riconoscimento di invalidità. Ma siamo altrettanto consapevoli che, a fronte di una condizione invalidante provocata dal diabete, questa debba essere riconosciuta in modo aggiuntivo. C’è dunque bisogno di regole certe che garantiscano ad ogni cittadino italiano lo stesso trattamento, da Nord a Sud.

Oggi questa garanzia è ancora “incerta”. Non di rado vengono segnalate disparità di valutazione in casi sostanzialmente analoghi. Perché succede questo? Perché la legge nazionale (n. 104/1992) – che prevede le misure di compensazione riguardo all’accesso al lavoro ed al suo mantenimento per gli svantaggi derivanti da minorazioni psico-fisiche – lascia una tale discrezionalità tecnica alle strutture destinate alla valutazione della invalidità, che situazioni identiche o simili vengono trattate in maniera differente a seconda dell’area geografica o della Commissione preposta all’accertato.

È per questo che il Gruppo di Lavoro formato dalla Società Scientifica dei Medici Legali delle Aziende Sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale (COMLAS) e dalla Federazione Nazionale Diabete Giovanile ha redatto un documento con l’emanazione di linee guida uniformi sul territorio nazionale in grado di indicare criteri comparabili ed oggettivi che favoriscano l’adozione di decisioni uguali in presenza di situazioni analoghe.

Un documento che vuole fornire uno strumento utile alle Istituzioni e a coloro che vivono in prima persona patologie croniche e invalidanti, nel nostro specifico ai soggetti con diabete.

I risultati verranno presentati a Roma il prossimo 24 novembre nel corso del convegno “La tutela del diabetico”

Diabete: tsunami che avanza in città

Nasce, in occasione della Giornata mondiale del diabete 2017, una forte alleanza pubblico-privato destinata ad affrontare la drammatica crescita della malattia nelle città. Firmato oggi a Roma, nella sede di Anci-Associazione nazionale comuni italiani, da Health City Institute, gruppo di lavoro sull’Urban Health di Anci, Istituto superiore di sanità, le società scientifiche della diabetologia (AMD-Associazione medici diabetologi e SID-Società italiana di diabetologia) e della medicina generale (SIMG-Società italiana di medicina generale) e Cittadinanzattiva, il documento “Italian Urban Diabetes Charter” che si propone di delineare i punti chiave che possono guidare le amministrazioni locali, di concerto con Istituzioni sanitarie, scientifiche e accademiche, nel promuovere strategie per migliorare l’informazione, la rete assistenziale, la prevenzione e la cura delle persone con diabete di tipo 2, limitando i “costi sociali” dovuti alle complicanze e alla mortalità.
“Il diabete è uno tsunami che avanza: si sta rivelando la malattia più rilevante e potenzialmente pericolosa del nostro secolo, per la crescita continua ed esponenziale della sua prevalenza e per la mortalità e le complicanze invalidanti correlate”, ha dichiarato Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute.
In Italia, le persone che dichiarano di avere il diabete sono 3,27 milioni, il 5,4 per cento della popolazione, secondo ISTAT, ma “stime effettuate su dati amministrativi dall’Osservatorio ARNO diabete, progetto di collaborazione fra SID e Cineca, indicano che il dato è molto superiore, pari al 6,2 per cento, e studi hanno evidenziato che, in realtà, per ogni tre persone con diabete ne esiste una che non sa di averlo; se la crescita della prevalenza della malattia continuerà ai ritmi attuali, entro 20 anni potrebbero esserci in Italia oltre 6 milioni di persone con diabete”, ha aggiunto Giorgio Sesti, Presidente SID.
Il fenomeno è particolarmente preoccupante nelle città, tanto che tra gli addetti ai lavori si sta facendo strada il concetto di “diabete urbano o urban diabetes”, che “non è una nuova forma di diabete, ma si riferisce al drastico aumento della prevalenza del diabete tipo 2 che si osserva nelle città a causa dell’urbanizzazione”, ha chiarito Lenzi.
Vivere in un’area urbana si accompagna a cambiamenti sostanziali degli stili di vita: cambiano le abitudini alimentari e il modo di vivere, i lavori diventano sempre più sedentari, l’attività fisica diminuisce. “Numerosi studi internazionali hanno messo in risalto come esista un collegamento tra aumento di diabete tipo 2, obesità e urbanizzazione. Gli amministratori della città saranno sempre più in prima linea, nel collaborare con i medici, per contrastare questo fenomeno, che vede già oggi 2 persone con diabete su 3 vivere in un nucleo urbano, con una stima dell’International Diabetes Federation che prevede nei prossimi 25 anni questo rapporto crescere a 3 su 4”, ha detto Domenico Mannino, Presidente AMD.
Il diabete e l’obesità, come tutte le malattie non trasmissibili, soprattutto quelle cardiovascolari, il cancro e i disturbi respiratori cronici, rappresentano oggi il principale rischio per la salute e lo sviluppo umano. “L’Organizzazione mondiale della sanità, come tutta la comunità scientifica internazionale, evidenzia quanto sia indispensabile per lo sviluppo sociale ed economico di tutti i paesi, investire nella prevenzione di queste malattie, e come questa sia una responsabilità in prima battuta dei governi, ma in realtà della società in senso più allargato. Arrestare l’aumento del diabete in ambito urbano è un’impresa difficile, ma possibile grazie alla stretta collaborazione tra politica, mondo sanitario e società civile”, ha sottolineato Gerardo Medea, Coordinatore area Prevenzione SIMG.
“La vivibilità del Pianeta è la più straordinaria delle sfide. E questa sfida si vince con i grandi accordi mondiali – certamente – ma anche con tutte quelle iniziative che migliorano la qualità del nostro ambiente e dunque la vita quotidiana dei cittadini. La salute dei cittadini è una delle priorità dell’azione dei sindaci italiani e oggi gli amministratori locali sono chiamati a progettare soluzioni per migliorare i determinanti della salute nei contesti urbani e consentire ai cittadini di oggi e alle generazioni future di poter vivere in città migliori, più vivibili e salutari”, ha concluso Roberto Pella, Vice Presidente Vicario ANCI e coordinatore del gruppo di lavoro ANCI sullo Urban Health.
In occasione dell’incontro, è stato inoltre presentato il “Programma C14+ – Pensare globalmente, agire localmente”, promosso da Health City Institute e Cities Changing Diabetes, in sinergia con il gruppo di lavoro sull’Urban Health di Anci e in collaborazione con il mondo scientifico. Il programma intende fornire, nei prossimi anni, alle amministrazioni cittadine e alle aziende sanitarie delle 14 città metropolitane italiane, ma non solo, informazioni e conoscenze per contrastare il diabete urbano e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete.

Gli ultimi dati Istat

Nel 2016 sono oltre 3 milioni 200 mila in Italia le persone che dichiarano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone di 65 anni e oltre).Questo il numero di italiani colpiti dal diabete, rilevato dall’Istat nel suo rapporto “Diabete 2000/2016”

La diffusione del diabete è quasi raddoppiata in trent’anni (coinvolgeva il 2,9% della popolazione nel 1980). Anche rispetto al 2000 i diabetici sono 1 milione in più e ciò è dovuto sia ‘invecchiamento della popolazione che ad altri fattori, tra cui l’anticipazione delle diagnosi (che porta in evidenza casi prima sconosciuti) e l’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete.

Nell’ultimo decennio, infatti, la mortalità per diabete si è ridotta di oltre il 20% in tutte le classi di età. Inoltre, confrontando le generazioni, nelle coorti di nascita più recente la quota di diabetici aumenta più precocemente che nelle generazioni precedenti, a conferma anche di una progressiva anticipazione dell’età in cui si diagnostica la malattia.

Il diabete è una patologia fortemente associata allo svantaggio socioeconomico. Tra le donne le disuguaglianze sono maggiori in tutte le classi di età: le donne diabetiche di 65-74 anni con laurea o diploma sono il 6,8%, le coetanee con al massimo la licenza media il 13,8% (i maschi della stessa classe di età sono rispettivamente il 13,2 e il 16,4%).

Lo svantaggio socioeconomico si conferma anche nella mortalità ed è più evidente nelle donne, al contrario di quanto si osserva per le altre cause di morte: le donne con titolo di studio basso hanno un rischio di morte 2,3 volte più elevato delle laureate.

Questa patologia è più diffusa nelle regioni del Mezzogiorno dove il tasso di prevalenza standardizzato per età è pari al 5,8% contro il 4,0% del Nord. Anche per la mortalità il Mezzogiorno presenta livelli sensibilmente più elevati per entrambi i sessi.

Obesità e sedentarietà sono rilevanti fattori di rischio per la salute in generale, ancora di più per la patologia diabetica. Tra i 45-64enni la percentuale di persone obese che soffrono di diabete è al 28,9% per gli uomini e al 32,8% per le donne (per i non diabetici rispettivamente 13,0% e 9,5%). Nella stessa classe di età il 47,5% degli uomini e il 64,2% delle donne con diabete non praticano alcuna attività fisica leggera nel tempo libero.

Occhio al tatoo

Per il momento è stato sperimentato soltanto sui suini, però  i ricercatori  sono fiduciosi. Stiamo parlando del tatuaggio biosensore che cambia colore in caso di variazione dei parametri di glicemia. Il progetto di “rendere la pelle un display interattivo” viene condotto in collaborazione tra il MIT (Massachusetts Institute of Technology) e Harvard University, quindi due fonti assolutamente attendibili, ed  è denominato Dermal Abyss.

La responsabile del progetto, Katia Vega, ha spiegato che l’obiettivo è quello di rendere la pelle “uno schermo su cui leggere senza alcuna fatica l’andamento di valori basilari per la salute come la glicemia. Nel caso del glucosio, l’inchiostro da inserire sotto pelle come un vero e proprio tatuaggio passa dal blu al marrone scuro quando i valori di glicemia superano il limite considerato normale”.

Forse non è lontano il tempo in cui sarà possibile sostituire le fastidiose punture al dito: sarà sufficiente controllare il tatuaggio.

Il valore del broccolo

La professoressa Annika Axelsson è una docente dell’università di Lund in Svezia e ha fatto una scoperta interessante. Insieme alla sua equipe ha analizzato gli effetti benefici sul tessuto epatico dei pazienti con diabete di tipo 2 da parte di 4000 sostanze contenute  nei cibi tradizionali.

Ebbene è emerso che il sulforafano, contenuto nei broccoli, è risultato quello con i migliori risultati. A questo punto, nella fase successiva dello studio, il sulforafano è stato somministrato a 97 pazienti affetti da tipo 2 e si è constatato che la produzione di glucosio del fegato mostrava sensibili riduzioni con conseguenti valori più bassi di emoglobina glicata, soprattutto nei pazienti obesi.

Per chi fosse interessato ai dettagli della ricerca:

http://stm.sciencemag.org/content/9/394/eaah4477

Giustizia è fatta

 

Il Tribunale di Sciacca ha accolto il ricorso di un insegnante che era stato sospeso dal lavoro per essersi assentato per prestare soccorso al figlio in grave crisi ipoglicemica.

I fatti risalgono al 2015 quando Antonino Recupero, insegnante presso l’Istituto Navarro di Ribeira, in provincia di Agrigento, riceve una telefonata concitata da parte del figlio, malato di diabete con una grave crisi ipoglicemica in atto che rischiava di comprometterne la vista.

Recupero si fa autorizzare dalla direzione scolastica e corre a soccorrere il ragazzo. Con suo stupore , dopo pochi giorni, riceve la sospensione dal servizio per un periodo di 6 giorni e conseguente congelamento dello stipendio. Recupero, che vanta 24 anni di professione, viene colto da malore ed è necessario l’intervento del 118.

Ma il combattivo insegnante non si perde d’animo e presenta ricorso al tribunale e, dopo due anni, ottiene il pieno riconoscimento delle sue ragioni: il provvedimento disciplinare viene dichiarato illegittimo e la sanzione viene annullata con conseguente condanna del Ministero a sostenere le spese legali e rifondere al Recupero la somma di 500 € a titolo di risarcimento del danno.

Soddisfazione espressa dalla Federazione Diabete Giovanile, che ha sostenuto l’insegnante nella sua battaglia legale: “La scuola non è adeguata a gestire una patologia come il diabete insulino dipendente – ha dichiarato il Presidente della Federazione, Antonio Cabras – Da diversi anni sosteniamo la necessità di un sistema di controllo che garantisca ai nostri ragazzi  il diritto allo studio in totale sicurezza. Il caso del signor Recupero, anche se andato a buon fine, ci lascia comunque l’amaro in bocca perché mostra tutta l’inadeguatezza e la superficialità con cui le istituzioni affrontano questi problemi”.

Nel prossimo numero di Diabetes Channel Antonino Recupero ci racconterà la sua esperienza

Ambra lotta con il diabete

Sul sito www.corsi-ecm-fad.it è online un corto che ha per protagonista la popolare Ambra Angiolini. Il suo personaggio si chiama Bianca e, durante un week end sul lago Maggiore, accusa improvvisamente una crisi ipoglicemia. Cercherà aiuto in amici e parenti ma solo l’intervento del suo medico riuscirà a scongiurare il pericolo.

L’idea è quella di fornire elementi di formazione con l’obiettivo di sottolineare l’efficacia del rapporto tra medico e persona con diabete. Una bella iniziativa.