Nuovo farmaco multiskating

Un farmaco sperimentale contro il diabete, ad azione multipla, riduce la glicemia (zucchero nel sangue) senza effetti avversi su ossa e muscoli, inducendo il dimagrimento (con perdita solo di massa grassa) e migliorando la densità ossea. Lo rivela uno studio preclinico condotto da Mark Febbraio della Monash University in Australia e pubblicato sulla rivista Nature. “I risultati di questo studio preclinico sono estremamente interessanti – si legge in una nota della SID – Questa molecola spicca per le azioni molteplici su diversi tessuti che hanno un ruolo essenziale nello sviluppo del diabete e delle sue complicanze e sembra agire sulla insulina-resistenza a livello del muscolo e del tessuto adiposo, ma anche del fegato”.

“Contemporaneamente – prosegue la nota – agisce anche sul rilascio (secrezione) di insulina e glucagone (i due principali ormoni che regolano la glicemia). In particolare, quest’ultimo effetto protegge da indesiderate crisi ipoglicemiche (ovvero quando la concentrazione di zucchero nel sangue scende troppo).

Allarme giovani

Il congresso dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD)  che si è concluso a Barcellona ha messo in risalto un nuovo, allarmante aspetto del diabete 2. Sono infatti sempre di più i giovani colpiti dalla malattia. Si stima che siano 150-200mila i ragazzi con questa patologia in Italia ma il trend è in crescita e allarma i diabetologi che avvertono: “Non e’ più solo la ‘malattia dei nonni’ e l’elemento preoccupante è che nei giovani questa patologia si sta dimostrando molto più aggressiva e le terapie sono meno efficaci”.

“Il diabete che stiamo sempre piu’ spesso diagnosticando in giovani e adolescenti – spiega il presidente della Societa’ Italiana di diabetologia (Sid), Francesco Purrello – e’ molto diverso da quello degli adulti. Si presenta infatti come una forma più grave ed aggressiva, con una tendenza alle complicanze cardiovascolari ancora maggiore e che risponde meno alle cure, portando spesso in breve tempo alla terapia con insulina. Ci troviamo davanti ad una generazione di ventenni con casi di diabete che presentano una gravità’ sorprendente per gli stessi ricercatori. Purtroppo, le opzioni terapeutiche sono fortemente ridotte e gli studi disponibili ancora pochi”.

Tipo 1: il punto dell’AMD

Il 30% dei pazienti con diabete tipo 1 presi in carico dai centri diabetologici italiani raggiunge valori corretti di emoglobina glicata, quasi la metà è in regola con il colesterolo e oltre il 70% con la pressione; il 12% è obeso, più di 1 su 4 fuma, il 40% presenta retinopatia, ma nel complesso 1 su 2 ha accesso a buoni livelli di cura. Sono questi alcuni dei dati che emergono dalla nuova Monografia Annali AMD “Profili assistenziali nei pazienti adulti con diabete tipo 1”, realizzata con il contributo non condizionante di Sanofi. L’analisi ha preso in esame 28.538 soggetti con DM1, elaborando i dati raccolti da 222 servizi di diabetologia diffusi sul territorio italiano.

“Abbiamo analizzato qualità di cura, approcci terapeutici e outcome raggiunti nei pazienti con diabete di tipo 1, fornendo una fotografia accurata delle loro caratteristiche cliniche e dei loro bisogni insoddisfatti”, spiega Domenico Mannino, Presidente Associazione Medici Diabetologi. “Tra le novità introdotte rispetto alle edizioni precedenti degli Annali, focus specifici sulle singole Regioni e approfondimenti sulla popolazione stratificata per genere, fasce di età, durata di malattia, tipo di trattamento (microinfusore vs iniezioni multiple di insulina), presenza di complicanze. A questo proposito è emerso, ad esempio, che le donne presentano un peggior controllo metabolico, che la fascia di età 65-74 anni è quella più monitorata, che l’abitudine al fumo è maggiore tra i pazienti con una storia di malattia più breve, che la percentuale di chi raggiunge livelli adeguati di cura complessiva è più elevata nei pazienti che impiegano il microinfusore (59%), rispetto a quelli in terapia multiniettiva (50%)”.

BEN MONITORATA L’EMOGLOBINA GLICATA, MENO ALTRI IMPORTANTI PARAMETRI DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE
Dalla Monografia emerge come la quasi totalità dei pazienti riceva almeno una misurazione all’anno dell’HbA1c (97%). Buona ma ancora non ottimale la registrazione annua della pressione arteriosa, che avviene nell’89% dei soggetti, così come quella del profilo lipidico (69%, con picchi dell’80% in Liguria, FVG, Trentino-Alto Adige e Piemonte). Abbastanza elevata l’attenzione del diabetologo verso la funzionalità renale: al 74% dei pazienti è stata misurata la creatininemia e il 57% ha ricevuto almeno una valutazione annuale dell’albuminuria (con un’ampia variabilità, da Regioni come il Molise dove non vi è alcuna rilevazione, ad altre quali Lombardia, Marche e Toscana che superano il 65%). Ancora insoddisfacente il controllo del piede diabetico (avviene in media solo nel 22% dei pazienti); in aumento rispetto al passato la percentuale di soggetti monitorati per la retinopatia (46%).

TROPPI PAZIENTI IN SOVRAPPESO, SOPRATTUTTO AL SUD
Meno di 1 paziente su 3 ha valori di emoglobina glicata a target (≤7%). È in regola con il colesterolo (LDL < 100 mg/dl) poco meno della metà del campione (49%) e con la pressione oltre il 70%. Per quanto riguarda la funzionalità renale, dei pazienti a cui è stata misurata l’albuminuria, il 26% è risultato avere valori indicativi di nefropatia. In linea con un fenomeno diffuso nella popolazione generale (l’aumento di sovrappeso e obesità), anche tra i pazienti con diabete tipo 1, l’Indice di Massa Corporea (BMI) medio è al limite del sovrappeso, con il 12% del campione obeso. Il dato mostra un gradiente Nord-Sud con la maggior percentuale di individui obesi concentrati nelle regioni meridionali. Solo il 9% dei soggetti è a target contemporaneamente per emoglobina glicata, colesterolo, pressione e BMI. Ancora troppi i diabetici di tipo 1 che fumano (26%).

OLTRE IL 12% DEI PAZIENTI USA IL MICROINFUSORE
Registrando un incremento progressivo nel corso degli ultimi anni, oggi i pazienti che praticano la terapia insulinica con il microinfusore sono il 12.6%. A livello regionale si osserva un gradiente nord-sud a favore di quest’ultimo per quanto riguarda l’infusione sottocutanea continua di insulina (CSII), in particolare Lazio con il 26%, Campania 24% e Calabria 24%. Nella maggior parte delle Regioni si osserva un utilizzo variabile tra il 10 e il 15%; mentre Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige e Toscana si attestano su percentuali inferiori al 10%; anomalo il dato della Sicilia (2.6%).
Un paziente su 3 (30%) è in terapia con ipolipemizzanti; stessa percentuale per quelli in trattamento antiipertensivo. Tra i soggetti con livelli elevati di albuminuria, solo il 6% non risulta trattato con ACE-inibitori/Sartani. Di quelli con pregresso evento cardiovascolare, il 78% è in trattamento con antiaggreganti piastrinici, ad eccezione del Molise, che raggiunge il 100% di soggetti trattati, e della Campania, che arriva al 57%.

BUONI LIVELLI DI CURA, MA RETINOPATIA PER IL 40% DEI PAZIENTI
In base allo score Q (un punteggio tra 0 e 40 in grado di predire l’incidenza successiva di eventi cardiovascolari, che misura la qualità di cura complessiva erogata dai servizi diabetologici), il 51% del campione presenta uno score Q > 25, la miglior fascia di punteggio.
La prevalenza delle principali complicanze micro/macrovascolari del diabete nei pazienti tipo 1 è contenuta (infarto 1,1%, ictus 1,2%, ulcera acuta del piede 0,9%, dialisi 0,3), fatta eccezione per quanto riguarda la retinopatia che riguarda, con livelli di severità diversi, il 40% del campione.

“Da 10 anni l’iniziativa Annali AMD fornisce un quadro sui profili assistenziali delle persone con diabete di tipo 1 e 2 e sull’evoluzione nel tempo della qualità dell’assistenza. Nonostante i progressivi miglioramenti, occorre continuare a monitorare i bisogni insoddisfatti di entrambe le tipologie di pazienti, che permangono non solo per quanto riguarda il raggiungimento del compenso glicemico, ma anche per altri importanti fattori di rischio cardiovascolare”, conclude Mannino.

Una pillola per sostituire gli aghi

Una buona notizia  giunge dal MIT (Massachusetts Institute of Technology). I ricercatori hanno infatti ideato una capsula speciale – da ingerire al bisogno – delle dimesioni pari a quelle di un mirtillo e contenente un piccolo ago fatto di insulina compressa che viene liberata solo nel momento in cui raggiunge lo stomaco.  Afferma Robert Langer, professore del David H. Koch Institute e membro del MIT Koch Institute for Integrative Cancer Research: “Siamo davvero fiduciosi, questo nuovo tipo di capsula potrà un giorno aiutare chi soffre di diabete e forse chiunque richiede terapie che ora possono essere somministrate solo mediante iniezione o infusione”. Poiché lo stomaco non presenta recettori del dolore, i pazienti non avvertirebbero alcun fastidio dopo l’ingestione dell’insulina in pillola che essendo biodegradabile, passerebbe in modo innocuo attraverso il sistema digestivo. Prima dei test sull’uomo, tuttavia, saranno necessari altri 3 anni. Spiega Maria José Alonso, docente di biofarmaceutica e tecnologia farmaceutica dell’Università di Santiago de Compostela in Spagna: “Non stiamo parlando di miglioramenti incrementali dell’assorbimento di insulina. Questa è di gran lunga la tecnologia più realistica e d’impatto divulgata per la somministrazione orale di peptidi”.

Come un pancreas artificiale

È disponibile anche in Italia un nuovo microinfusore intelligente descritto come «il primo dispositivo al mondo in grado di erogare insulina basale 24 ore al giorno in maniera automatica e personalizzata». Come un pancreas artificiale, ogni 5 minuti monitora i livelli di zucchero nel sangue per capire quanta insulina serve e quando, la rilascia nella quantità esatta e continua a monitorare la glicemia e a correggerla nel tempo, con un effetto-scudo h24 contro il rischio di picchi. Approvato per l’uso dai 7 anni d’età, è un «sistema integrato di ultima generazione».

Il device «deduce in modo indipendente quando e quanta insulina infondere nel corpo – spiega una nota – consentendo alla persona diabetica di apportare modifiche in caso di necessità e di stabilizzare automaticamente i livelli di glucosio». Tre i componenti: «Un sensore che 24 ore al giorno misura ogni 5 minuti la concentrazione di glucosio nel tessuto sottocutaneo; un dispositivo indossabile all’interno del quale è attivato un algoritmo di controllo che calcola la dose di insulina da infondere sulla base delle glicemie rilevate dal sensore; una pompa sottocutanea (microinfusore) che riceve il comando dal dispositivo indossabile e inietta l’ormone in circolo chiudendo l’anello di regolazione. Il sensore e il dispositivo comunicano via Bluetooth». Se usato in modalità automatica, il nuovo sistema richiede «un input minimo da parte degli utilizzatori, che devono solo inserire i carboidrati assunti durante il pasto, accettare le raccomandazioni sui boli correttivi e calibrare periodicamente il sensore». Ma «la caratteristica più attesa e importante», si precisa, è «la capacità di prevedere e proteggere la persona con diabete dalle ipoglicemie e iperglicemie. Grazie a un avanzato algoritmo si mimano infatti alcune delle funzioni di un pancreas sano».

«La capacità di stabilizzare automaticamente i livelli di glucosio contribuisce a migliorare il Time in range, ovvero la percentuale di tempo che le persone con diabete di tipo 1 trascorrono nell’intervallo glicemico ottimale pari a 70-180 milligrammi/decilitro», commenta Riccardo Bonfanti, Diabetologia pediatrica Diabetes Research Institute Irccs ospedale San Raffaele di Milano. Questa tecnologia, che «consente il livello più avanzato di automazione disponibile» al momento, per lo specialista «ha un impatto significativo sulla vita delle persone con diabete sia dal punto di vista della qualità clinica che della qualità della vita”

«L’innovazione è il nostro valore fondativo e distintivo, un investimento positivo in termini di qualità, appropriatezza, efficacia e sicurezza», dichiara Michele Perrino, presidente e amministratore delegato di Medtronic Italia. «Il nostro obiettivo – aggiunge il manager – è offrire percorsi e soluzioni integrate che siano sostenibili per il sistema sanitario e che mettano al centro le comunità di persone con una o più cronicità, favorendo accesso ed equità».

Si studia sui vasi sanguigni

Con una ricerca su Nature un gruppo di scienziati ha annunciato di essere riuscito a far crescere in laboratorio imitazioni perfette dei vasi sanguigni umani, partendo da cellule staminali. Questi “organoidi vascolari” riescono a imitare in maniera sorprendentemente precisa la struttura e la funzione di veri vasi sanguigni umani e assomigliano ai nostri capillari anche a livello molecolare.

Si tratta di una ricerca che potrebbe risultare importantissima per il contrasto a gravi malattie vascolari come il diabete , come specifica anche Josef Penninger, autore senior dello studio: “Ogni singolo organo nel nostro corpo è collegato al sistema circolatorio. Ciò potrebbe potenzialmente consentire ai ricercatori di svelare le cause e i trattamenti per una varietà di malattie vascolari, dalla malattia di Alzheimer alle malattie cardiovascolari, ai problemi di guarigione delle ferite, agli ictus, al cancro e, naturalmente, al diabete”.

In effetti la ricerca potrebbe rappresentare un aiuto nella comprensione del comportamento dei vasi sanguigni che, nel caso delle persone con diabete, si trasformano diventando più spessi e creando problemi di circolazione. Una caratteristica che potrebbe risultare fondamentale per la creazione di composti chimici che possano bloccare l’ispessimento delle pareti dei vasi sanguigni e in generale per nuovi trattamenti per i pazienti diabetici.

Novo Nordisk premia le nuove idee

Novo Nordisk ha assegnato i premi alle cinque idee che hanno vinto l’innovation challenge” lanciata dall’azienda lo scorso settembre, un concorso destinato alle idee originali che sfruttano la tecnologia digitale per il trattamento avanzato del diabete.

La società farmaceutica danese ha assegnato a ciascuna squadra vincente un premio in denaro di 25mila dollari e l’opportunità costruire e testare le proprie idee per 12 settimane in un programma di accelerazione virtuale che ha preso il via questo mese e terminerà il prossimo marzo.

«Mettendo insieme le menti più brillanti, la comunità delle startup sanitarie e la nostra esperienza nello sviluppo di soluzioni di salute digitale, aspiriamo ad accelerare ulteriormente l’innovazione a beneficio di chi vive con il diabete», aveva dichiarato poco dopo il lancio dell’iniziativa Kenneth Strømdahl, vicepresidente della ricerca e sviluppo dei dispositivi in Novo Nordisk.

Novo ha ricevuto 79 proposte da 20 paesi in tutto il mondo, che sono stati ridotti a 12 finalisti invitati a un evento di tre giorni presso i laboratori di Matter a Chicago. I 12 team finalisti hanno poi presentato i loro progetti a un gruppo di giudici in una giornata dedicata alle dimostrazioni presso la Harvard Medical School a Boston.

I 5 vincitori del concorso e i loro progetti

  • Adelie Health sta lavorando a un cappuccio intelligente che si adatta a tutte le penne per insulina preriempite. Include promemoria, allarmi e sensori che possono inviare dati ai dispositivi personali tramite bluetooth
  • HumanCapitalWorks ha creato “Emmett”, una soluzione di gestione del diabete basata sull’intelligenza artificiale.
  • Medopad ha proposto una soluzione di monitoraggio remoto per gli operatori sanitari che può essere personalizzata per soddisfare esigenze specifiche.
  • SimpleC ha ideato una piattaforma di intelligenza artificiale per gli anziani che hanno a che fare con problemi cognitivi e diabete e che consente tra l’altro di tenere informati i propri caregiver e medici.
  • xBird sta utilizzando l’apprendimento automatico per analizzare i micromovimenti e altri dati raccolti da smartphone e dispositivi indossabili.

800mila casi di tumore ogni anno

Secondo uno studio pubblicato su Lancet Endocrinology & Metabolism circa 800mila casi di tumore ogni anno sono provocati dal diabete e dall’obesità.
Al momento nel mondo si contano 422 milioni di persone con diabete e oltre 2 miliardi di persone obese o in sovrappeso. Utilizzando le stime di prevalenza di diabete e obesità/sovrappeso per il 2025, gli autori dello studio prevedono un aumento di tumori attribuibili a questi due fattori di oltre il 30% nelle donne e del 20% tra gli uomini, rispetto alla prevalenza registrata nel 2002.

Le neoplasie del fegato(soprattutto nei Paesi asiatici e nella regione Asia Pacifico ad elevato reddito) e quelle dell’endometrio/mammell(soprattutto in Europa) sono state quelle che hanno dato un contributo numerico maggiore ai casi di tumore attribuibili al diabete . Ma ci sono sempre più evidenze che legano il diabete ad un’aumentata  incidenza di mieloma, tumori della vescica, del rene e dell’esofago; questo studio potrebbe dunque aver sottostimato il numero di tumori attribuibili ai diabete.

“Sia il diabete che l’obesità – scrive in un editoriale di commento pubblicato sullo stesso numero il dottor Graham Colditz, Washington University School of Medicine (USA) – sono cause modificabili di tumore sulle quali è possibile intervenire a più livelli, sull’individuo, sulla comunità, sui sistemi sanitari e politico. E’ necessario intraprendere più azioni per far sì che la gente mantenga un peso corporeo salutare durante tutto l’arco della vita, a cominciare da giovani”.

Una speranza dalle staminali

 

 

Una buona notizia pubblicata su “Science Translational Medicine”, a firma di scienziati del Centro ricerca pediatrica della Statale di Milano: topi con diabete di tipo 1 sono stati trattati con un’infusione di cellule staminali geneticamente modificate ottenendo la remissione totale della patologia. Gli studiosi pensano di potere replicare l’importante risultato sull’uomo nell’arco dei prossimi 2-4 anni rimodellando in pratica le difese immunitarie dell’organismo. Serviranno nuovi studi e investimenti ma le premesse per il successo della nuova terapia ci sono tutte.

Pistacchi in gravidanza

Come è noto, l’aumento dello zucchero nel sangue durante la gravidanza non solo influenza la salute della madre, ma può anche aumentare il rischio del neonato di sviluppare il diabete.

La buona notizia arriva da Chicago: le donne con diabete gestazionale possono trarre giovamento nella gestione dei livelli di zucchero nel sangue mangiando pistacchi.
E’ quanto emerge da uno studio presentato nel corso della Academy of Nutrition and Dietetics’ 2017 Food & Nutrition Conference & Expo.

Nel corso della ricerca, a 30 donne con diabete gestazionale, tra le 24 e le 28 settimane di gravidanza, suddivise in due gruppi secondo criteri casuali è stato chiesto di consumare una colazione a base di 42 grammi di pistacchi. Lo zucchero nel sangue e il GLP-1, un ormone chiave nella regolazione della produzione di insulina , sono stati misurati ogni 30 minuti dopo il pasto, fino a 120 minuti. Dopo sette giorni i gruppi sono stati invertiti. I livelli di zucchero nel sangue sono risultati significativamente inferiori dopo il consumo di pistacchi e i livelli di insulina nel sangue non sono aumentati durante le due ore successive.

Il primo per secondo

La rivista Diabetes Research and Care ha pubblicato uno studio della Weill Cornell University di New York secondo cui per evitare il picco glicemico di fine pasto per i diabetici di tipo 2 sarebbe importante consumare i carboidrati a fine pasto.  16 uomini e donne con diabete di tipo 2 hanno consumato lo stesso pasto in tre giorni,ma invertendo l’ordine delle portate,  sempre mantenendo lo stesso valore di proteine e carboidrati. Ebbene,  concludere il pasto con i carboidrati, pasta e pane, porterebbe ad una riduzione del glucosio nel sangue pari al  40%.

“La riduzione dei livelli di glucosio è paragonabile a quella che si verifica con alcuni farmaci antidiabetici” ha affermato Alpana Shukla, una delle ricercatrici che ha condotto lo studio .  “Sappiamo bene che è giusto mangiare meno carboidrati per tenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue, ma a volte questo consiglio può essere difficile da seguire – ha aggiunto Shukla -Questi risultati suggeriscono una strategia semplice per prevenire i picchi di glucosio”.

Una pillola per il futuro

Un’importante notizia per i pazienti di tipo 1 arriva da Lisbona dove, nel corso del congresso Easd è stato presentato uno studio internazionale condotto in 19 paesi diversi, compresa l’Italia.ù

Lo studio, pubblicato sul New England Journal of medicine ha avuto per oggetto un farmaco in grado di tenere sotto controllo il livello di glucosio nel sangue e di mantenere la propria efficacia nonostante il minor apporto di insulina.

La sperimentazione del nuovo farmaco, che si chiama Sotagliflozin, ha coinvolto 1402 paziente ed è durata 24 settimane. “La sperimentazione – spiega Paolo Pozzilli, ordinario di Endocrinologia e malattie metaboliche presso l’Università Campus Biomedico, che ha partecipato allo studio – ha accertato che il farmaco, che fa parte della classe dei cosiddetti inibitori del riassorbimento del glucosio a livello renale, consentendone l’eliminazione attraverso le urine, è in grado di ridurre il suo assorbimento anche a livello intestinale”

Si tratta in ogni caso di un farmaco aggiuntivo all’insulina, come titola l’editoriale del New England. “Per la prima volta da quando fu introdotta l’insulina, ormai quasi cento anni – conclude Pozzilli – abbiamo però una compressa efficace nel trattamento del diabete di tipo 1. Non sostituisce l’insulina ma ne riduce le dosi e soprattutto migliora di molto le glicemie giornaliere limitando le ipoglicemie. Un risultato davvero importante per i pazienti con diabete di tipo 1”.

E invita alla prudenza anche Giorgio Sesti, presidente Sid, la società italiana di diabetologia. “Il dato scientifico è stimolante – premette – ma non vorrei che i pazienti pensassero di poter fare a meno dell’insulina. O di poterla ridurre prendendo la pillola. Non c’è ancora infatti un protocollo da applicare per come scalare l’insulina, nei tempi e nelle quantità Quando ci sarà sarò felice di applicarlo. Ma abbiamo tempo perché, tra registrazioni varie, non credo sarà disponibile prima di tre anni”

Apelina, un aiuto dal nostro corpo

Si chiama “apelina” ed è prodotta dal corpo umano. In queste settimane le attenzioni dei ricercatori si sono concentrate su questa molecola perché potrebbe, il condizionale è d’obbligo, aprire nuove frontiere per la cura del diabete.

Secondo un primo esperimento  condotto su 16 individui obesi, è stato dimostrato che l’apelina è in grado di ridurre la glicemia e di aumentare la sensibilità all’insulina.

L’apelina è stata scoperta circa 10 anni fa dagli studiosi dell’Università di Tolosa, è una sostanza naturale prodotta dal nostro organismo e potrebbe rappresentare una via alternativa per nuovi farmaci.